Il lutto non è un evento esclusivamente umano, così come non lo sono né l’intelligenza, né la vita. Forse gli esseri umani vorrebbero detenere l’esclusiva delle cerimonie funebri, ed evitare così di avvertire la loro uccisione come  un evento che non coinvolge la coscienza.

Ma il popolo degli animali è in grado e vuole celebrare le proprie cerimonie funebri. Persino le gazze celebrano i funerali dei loro simili disponendosi intorno alla salma al cui fianco posano alcuni fili d’erba.

I funerali degli animali non avranno la triste e composta vacuità dei funerali civili né l’austera e greve solennità di quelli religiosi, ma hanno sicuramente la sobria dignità della Natura.

Celebrare un rituale funebre vuol dire riconoscere e rispettare la morte, e questo è impossibile senza riconoscere e rispettare la vita. Onorare l’una implica onorare l’altra.

Adesso l’essere umano si trova finalmente di fronte al dilemma del senso della vita animale. Ora gli animali non possono più essere considerati oggetti biologici. Siamo oltre il riflesso condizionato, oltre la semplicistica ricerca del piacere e l’ovvio evitamento del dolore; con l’adempimento delle cerimonie funebri il popolo animale entra nel mistero stesso della vita. E ci entra con una sensibilità percettiva di cui l’essere umano non è capace.

Lawrence Anthony and Tug. Foto: Richard Shorey.

L’ambientalista Lawrence Anthony è riuscito a creare un legame particolare con gli elefanti. Tutto avvenne quando un gruppo di animalisti lo chiamarono perché li aiutasse con un gruppo di elefanti che era scappato dalla riserva creando molti problemi alla popolazione del luogo e se non fossero intervenuti rapidamente sarebbero stati abbattuti. Una madre con il piccolo erano già stati giustiziati, e questo non aiutava certo l’instaurazione di un nuovo rapporto di fiducia tra uomini ed elefanti.

Anthony pensò che l’unico modo per salvare quegli elefanti, ormai etichettati come violenti e ribelli, era quello di vivere con loro. Aveva intuito che quello era l’unico modo per farsi accettare  e convincerli a stare presso la riserva di Thula Thula in Sud Africa.

Per salvarli sarei stato con loro, li avrei nutriti, e avrei parlato loro. Ma soprattutto sarei stato con loro giorno e notte.

Anthony riuscì nell’intento e soprattutto riuscì a creare un legame profondissimo con loro. La natura di questo legame emerse in tutta la sua straordinaria forza il giorno della sua morte.

Nana conduce il proprio branco al funerale di Anthony. Fonte: The Kota Foundation.

Il 2 marzo 2012 la moglie di Anhony vide arrivare, dalla finestra della loro casa a Thula Thula, due distinti gruppi di elefanti. Viaggiarono per 12 ore, in fila. Rimasero due giorni presso la loro casa, e poi scomparvero. Il figlio di Anthony, Jason, disse che gli elefanti non si erano fatti vedere per oltre un anno, e quella visita, così tempestiva, non poteva essere attribuita al caso. Ma il mistero non è ancora finito. Questa cerimonia fu celebrata, lo stesso giorno e alla stessa ora, ogni anno per tre anni.

A febbraio del 2017 presso il Chobe National Park in Botswana, i rangers decidono di abbattere un elefante gravemente infortunato. I suoi compagni trovano i resti del corpo, che era stato il nutrimento di alcuni predatori, e decidono di vegliarlo. Alcuni lo accarezzano con la proboscide, altri rinfrescano l’aria agitando le grandi orecchie. A volte sembrano andarsene, ma poi ritornano.

Chobe National Park, l’ultimo saluto di un gruppo di elefanti a una loro compagna deceduta. Foto: Safari and Guide Services.

Il differente sviluppo mentale degli animali non può essere una ragione sufficiente per permettere il loro sfruttamento e la loro sottomissione all’essere umano perché questo atteggiamento sarebbe come giustificare i soprusi di una persona colta su una incolta.

Forse la lezione più importante che ho imparato è quella di capire che non ci sono muri tra gli umani e gli elefanti tranne quelli che noi stessi alziamo, e che finché non concediamo non solo agli elefanti, ma a tutti gli esseri viventi, il loro posto sotto al sole, noi non saremo mai pienamente noi stessi.

–Lawrence Anthony, The Elephant Whisperer

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